mercoledì 10 febbraio 2021

Il coraggio di scegliere - cap. 2: Quale parte di cuore tenere?

Continua con la seconda uscita il nostro racconto a puntate sul cyberbullismo, scritto da Sara Caimi. Il protagonista si trova di fronte ad una scelta importante ed il suo cuore ne risulta diviso. Chi sarà la persona misteriosa che gli manda messaggi anonimi? E tu cosa avresti fatto al suo posto? 




Ho rimuginato il pensiero tutto il weekend e rimandato la decisione fino a lunedì. Ma ora, alle 6:00 del giorno fatidico, non ho nemmeno fame. Allontano la tazza colma di latte, mentre trattengo le lacrime. Mi sono chiuso in camera mia tutto il tempo. Ho evitato Alberto che mi ha chiamato parecchie volte.

L'ho deluso, lo so. Mentre mi arrovello nei miei sensi di colpa, arriva un messaggio: «Numero sconosciuto: hai scelto da che parte stare? Mi raccomando: se mi deludi oggi, finirai nell'occhio del ciclone». Mi parte un dolore allo stomaco, voglio darmi per malato. Mamma mi accarezza la testa con affetto e mi dice: «Coraggio, tesoro, muoviamoci. Bevi almeno metà della tazza: papà si è svegliato prima, perché tu avessi la colazione fatta».

Non ho scelto e non voglio farlo. Ma se voglio ottenere quel posto nel giornale, devo eseguire. Ho deciso che terrò il piede in due scarpe. Mando un messaggio ad Alberto: «Ciao, Albi! Scusa, sono molto impegnato con l’ammissione all’esame della scuola. Ti invito a casa sabato, così facciamo merenda insieme e giochiamo ai videogiochi. Non riuscirò a parlarti in classe, sarà l’occasione per raccontarci le nostre cose».

Devo far finta di non calcolarlo a scuola, per preservarmi la reputazione e vederlo fuori da scuola. Mi sento un vero vigliacco. Spero che Alberto non lo scopra e che non lo faccia nemmeno l’artefice dei messaggi anonimi. Sono tra l’incudine ed il martello. Alberto non risponde e io sento di averlo tradito. Lui, che mi è sempre stato accanto, non lo merita, ha sempre scelto di stare dalla mia parte. Io da codardo, invece, ho scelto me stesso. Non merito nessun amico, ma non ho nemmeno il coraggio di scegliere di meritarlo.

Con malavoglia salgo sull’auto di mia mamma. Lei si aggiusta il rossetto, guardandomi furtivamente. Forse ha capito, ma io non ho intenzione di vuotare il sacco. Chiudo gli occhi, facendo finta di dormire per tutto il tragitto.

Il mio piano sembra funzionante, mi sento al sicuro. Sono davvero così intelligente da essere riuscito a raggirare il mio aguzzino? Non ho il coraggio di pensarci. Il motore della macchina, che fino a quel momento ha accompagnato i miei pensieri, è spento dal giro di chiave della mamma. Apro gli occhi, di scatto, come dopo un brutto sogno. Dopo aver salutato, scendo dalla macchina, frastornato.

Guardo la scuola: si erge incurante di tutto ciò che accade al suo interno. Riluttante, prendo lo zaino e me lo carico in spalla. Sono pronto alla battaglia di oggi.

Entrando, incontro Gabriele, il migliore amico di Martina, che mi dice: «Amo vedere quel sentore di paura nei tuoi occhi: hai una verifica importante, immagino» e mi fa un occhiolino. Io gli rispondo, perso nel mio mondo, con un semplice: «Sì, proprio una verifica. Buona giornata».

Sono una persona assente, il fantasma di me stesso. Non ho mai pensato sarebbe arrivato il giorno in cui avrei dovuto scegliere tra i miei amici ed i miei sogni. A quanto pare fa parte della crescita: devo rinunciare a qualcosa di bello, per ottenere qualcosa di altrettanto bello. Me lo ripeto in testa, mentre mi avvio verso la classe. Arrivato sulla soglia della stanza, sento che è il momento di decidere.

Scelgo di non farlo. Mi tengo da parte, non volto le spalle ad Alberto e cerco di non far trapelare informazioni riguardo a questo. Entra Alberto, tiro fuori di fretta il mio quaderno delle ispirazioni, perché lui possa credermi concentrato. Mi passa di fianco, mi scruta: ha capito che sto fingendo? Poi passa avanti senza disturbarmi: me la sono vista brutta.

L’atmosfera nell’aria cambia: stupore ed imbarazzo aleggiano nell’aria. Io e il mio grande amico non ci siamo salutati. Qualcosa sta accadendo.

Il gruppo delle pettegole di Martina vuole saperne di più: viene sguinzagliata Diana. Diana è la mia compagna di banco, si siede vicino a me e mi pervade con quel suo profumo alla vaniglia ormai nauseabondo. Non ha il coraggio di parlare con me, lo vedo dalla sua goffaggine e lo percepisco dai suoi respiri. Vedo Martina in fondo all’aula arrabbiarsi, facendole segno di procedere.

La mia compagna di banco, per paura della femmina alfa del suo gruppo, si sblocca: «Senti Tommy, ho visto che non hai parlato con Alberto prima… non l’hai nemmeno guardato. Ti va di vederci domani pomeriggio, così mi racconti che è successo?». Panico: non sono mai uscito solo con una ragazza e non voglio di certo farlo per la prima volta con una sottospecie di spia russa mandata dalla regina del gossip.

Mi fermo, appoggio la penna e la guardo. I suoi capelli bruni sono perfettamente raccolti in una folta coda di cavallo riccia, mentre i suoi occhi marroni sono sottolineati da delle lentiggini che sembrano appena sussurrate. Le fisso le labbra carnose, da cui sono appena uscite quelle parole. Lei si sente a disagio: lo vedo dalle sue mani che continuano ad intrecciarsi e a lasciarsi andare per mezzo delle lunghe dita affusolate che finiscono nel colore verde pastello di cui ama pitturarsi le unghie.

Martina aspetta impaziente in fondo all’aula e mi scruta: sta perdendo la pazienza. Diana inizia a tremare di paura: so che la sua “capa” non la perdonerebbe nel caso tornasse a mani vuote. In un pico-secondo decido che userò la situazione a mio vantaggio. «Certo, domani pomeriggio sono libero. Da te o da me?» dico tutto d’un fiato. Lei sorride e, sollevata, mi ringrazia, tornando dalle sue amiche. Ho accettato la spia, sarò in grado di gestirla?

Mi sembra di essere chiuso in gabbia. Un giramondo che crede di viaggiare, ma ripercorre sempre la stessa strada, effetto labirinto. Mi sento come Icaro, imprigionato perché Teseo è riuscito ad entrarci ed uscirci. Se solo avessi anch’io la mia Arianna, un filo che mi conduca nelle viscere della terra e che mi permetta di uscirne vivo. Invece sono qui con Dedalo, mio padre. Rappresenta la mia coscienza quasi anziana, senza filtri e talvolta insistente. Siamo io e le mie paure, costantemente legati e costantemente dipendenti. Riuscirò a fare in modo che Diana, senza accorgersi, diventi la mia Diana? La regina che mi ha rinchiuso qui dentro è Martina: non ho più il mio amico di sempre, devo prendere ciò che arriva.

Mi risveglio dalla mia riflessione, mancano pochi minuti dal suono dell’ultima campanella della giornata. Diana mi passa un bigliettino, sorridendo. Mentre guardo la prof accomodarsi alla cattedra per firmare il registro, nascondendomi dietro il mio voluminoso astuccio, apro il bigliettino e lo leggo: «Non vedo l’ora di vederti domani pomeriggio. Credo avremo bisogno l’uno dell’altra: organizziamo da te, perché Martina vuole appostarsi per ascoltare. Passo per le 16:00».

Impulsivamente mi viene da declinare: in casa mia non entra proprio nessuno e sospetto sia una mossa per conquistarsi la mia fiducia. Inspiro e rifletto, mia mamma sarà in casa. Qualsiasi problema, un adulto c’è.

Rispondo al biglietto con un altro, intascandomi il primo. Le lascio il beneficio del dubbio: non voglio che Martina lo trovi. «Via Gioachino Rossini, 7 – Cavezzo» scrivo frettolosamente, prima di ritirare tutto dal banco. Glielo porgo e lei mi fa un occhiolino. Il dado ormai è tratto, sto per aprire la porta al lupo.


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